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L'amicizia
tra il vescovo Paolo Maria Hnilica e Karol Wojtyla risale ai tempi in
cui questi era ancora vescovo di Cracovia. Non sorprende allora che Mons.
Hnilica durante il Pontificato di Giovanni Paolo II avesse con lui un
rapporto profondo e amichevole. Per questo, anche nella Giornata di Preghiera,
egli ha sentito nel suo cuore il bisogno di parlare di questo Santo Padre,
nel quale vede l'esempio luminoso di un uomo che ha amato fino all'estremo
e che ha portato nel mondo perdono e unità.
Reverendissimi confratelli nell’episcopato,
cari sacerdoti, cari pellegrini.
Mai nella storia dell’umanità il mondo intero era tanto unito
quanto negli ultimi giorni della sofferenza e della morte di Papa Giovanni
Paolo II. Sul globo intero si pregava per lui: giudei, cristiani e musulmani.
Da tutte le nazioni sono venuti (a Roma) dei giovani e degli adulti, per
rendergli l’estremo omaggio e per vederlo un ultima volta. Presidenti
di diverse nazioni che erano dei nemici acerrimi, come per esempio il
presidente della Siria, Baschar al-Assad ed il presidente d’Israele,
Mosche Katzav, si sono salutati con un sorriso e si sono stretti la mano.
Che cos’era che ha mobilitato quattro milioni d’uomini dal
mondo intero di prendere su di loro molte fatiche di viaggio e di lunghissime
attese? Che cosa ha unito coloro che da decenni parlavano l’uno
dell’altro soltanto con dei pregiudizi o che ovviamente si sono
visti da nemici?
È quell’amore incondizionato che Giovanni Paolo II ha offerto
con il suo cuore paterno, a ciascuno ugualmente, senza distinzioni. È
un amore che viene da Dio e che conduce a Dio. Il Papa ha ottenuto questa
grazia come il Buon Pastore che ha offerto la sua vita.
Tutti noi eravamo testimoni di come dall’attentato del 1981 era
sempre sofferente, e non lo ha mai negato in pubblico. Perché ha
capito benissimo il potere trasformatore e redentore della sofferenza,
e ci contava.
Riflettendo sull’attentato dice: “Cristo,
soffrendo per tutti noi, ha conferito un nuovo senso alla sofferenza;
l’ha introdotta in una nuova dimensione, in un nuovo ordine: quello
dell’amore…E’ la sofferenza che brucia e consuma il
male con la fiamma dell’amore e trae anche dal peccato una multiforme
fioritura di bene” (pag. 199).
L’arcivescovo Angelo Comastri che tre anni fa ha predicato il ritiro
spirituale per il Papa e la Curia Romana, ha potuto vedere il Santo Padre
poche ore prima della sua morte. Ci dice di quest’incontro: “Quando
mi sono trovato davanti al Pontefice ho provato un’emozione indescrivibile…
Guardandolo, proprio nel letto della sofferenza, ho detto: veramente sei
il Vicario di Cristo fino in fondo, lo sei nella passione che stai vivendo
con una edificazione che commuove il mondo…: il Papa nel dolore
ha scritto la più bella Enciclica della sua vita, fedele a Gesù
fino alla fine.”
Papa Giovanni Paolo II era tutto impregnato del messaggio cristiano della
sofferenza corredentrice. Il Venerdì Santo di quest’anno
ha fatto leggere le parole seguenti:
“L’adorazione della Croce ci rimanda ad un impegno al quale
non possiamo sottrarci; è la missione che San Paolo esprimeva con
le parole "Completo quello che manca nella mia carne ai patimenti
di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa" (Col 1,
2-4). Offro anch’io le mie sofferenze,
perché il disegno di Dio si compia e la sua parola cammini fra
le genti. … In questo
giorno memoriale del Cristo crocifisso guardo e adoro con voi la Croce
e ripeto le parole della liturgia: "O crux, ave spes unica!"
Ave, o Croce, unica speranza, donaci pazienza e coraggio e ottieni al
mondo la pace!”
Non ci ricordano questi pensieri le parole della Madre di tutti i Popoli
che ci dice: “I popoli di tutto
il mondo non troveranno riposo fino a quando non … alzeranno il
loro sguardo verso la croce, il centro di questo mondo”.
(31/05/1951). È la croce che ci salva! Perciò vogliamo essere
grati se anche noi sentiamo la croce nella nostra vita.
Giovanni Paolo II era un sacerdote, un Papa con il Cuore di Gesù.
Con grand’umiltà ha incontrato ogni uomo, indipendentemente
dalla sua razza o religione. Non ha fatto delle distinzioni nell’amore,
sapendo che il Buon Pastore ha dato la sua vita per tutti gli uomini.
Così anche lui voleva essere padre per tutti per unire tutti nell’unica
verità. Ha dato l’esempio come l’amore umile e la sofferenza
corredentrice operano l’unità. Ecco la sua attrazione. Morendo
lo ha testimoniato e la parola del Signore è diventata una realtà
visibile per tutti noi: “Innalzato
sulla croce, attirerò tutti a me” (cfr. Gv 12,23).
Io personalmente ho avuto la gioia di pregare più volte e lungamente
davanti al feretro esposto di questo grande Papa e ho sentito un’intima
unione spirituale con lui. Erano queste le mie udienze più lunghe.
In questi minuti gli ho promesso di continuare la sua
eredità, e v’invito tutti ad aiutarmi.
Proprio davanti al feretro del Papa mi sono ricordato di un mio confratello
che si chiamava anche lui Karol. Era un seminarista presso i Padri Gesuiti,
ed è stato fatto prigioniero sotto il regime comunista. Continuamente
lo hanno portato da un campo di concentramento all’altro. Mai si
è spento il suo desiderio di andare come missionario in India per
portarci Gesù. Durante un lavoro è stato travolto da masse
di terra e per tre giorni è rimasto nello stato d’incoscienza.
Appena svegliato, le sue prime parole erano: “Ora
posso andare in India?” Ma mese per mese è diventato
sempre più chiaro che probabilmente non potrà mai più
lasciare il campo di concentramento.
Allora si decise di liberarsene segretamente del suo diario e della sua
croce missionaria. A me poi fece dire: “Ho
ricevuto questa croce come Gesuita. La prenda con se! Se durante una battaglia,
il portabandiera cade, sarà subito un altro a prendere in mano
la bandiera, e la battaglia continuerà fino alla vittoria. Non
ha importanza chi porta la bandiera, decisivo è soltanto che sia
portata fino alla fine. La prego di accettare la mia croce, la nostra
bandiera! Se un giorno andrà in India, la prego di lasciarla lì
in una casa di missionari. Io pregherò e soffrirò qui per
quel popolo”.
Di questo mi sono ricordato durante la preghiera davanti alla salma di
Papa Giovanni Paolo II. Qual’era la sua bandiera?
Già da vescovo aveva il suo motto “Totus
tuus”, la donazione incondizionata alla Vergine Maria. Con
l’attentato del 13 maggio (1981) il suo Totus tuus ha preso una
dimensione nuova. Nell’ospedale Giovanni Paolo II ha sperimentato
la sua debolezza umana. Mi ricordo ancora benissimo come ha affidato ad
una persona amica: “Guarda,
quasi non riesco più a muovermi. Ma la Chiesa ha bisogno di un
Papa sano.” Dopo qualche attimo riprese: “Ma
non sia fatta la mia, ma la Tua volontà, Signore!”
Per mezzo dell’attentato Giovanni Paolo II ha potuto capire ancora
più profondamente il valore del sacrificio e del messaggio di Fatima.
Dopo l’attentato mi pregò di portargli tutta la letteratura
concernente Fatima. Avevo anche dei testi scritti in polacco. Ha letto
tutto con grande partecipazione. Così gli è diventato chiaro,
che proprio lui era quel Papa del quale la Madonna ha parlato, e che tocca
ora a lui di realizzare ciò che la Madonna ha chiesto. Dopo essere
stato dimesso dall’ospedale mi ha spiegato: “Ora
ho capito che l’unico modo per salvare il mondo dall’autodistruzione
e dal comunismo militante è la conversione della Russia, secondo
il messaggio di Fatima”.
Dopo essere tornato dall’ospedale ho regalato al Santo Padre una
statua della Madonna che pellegrini tedeschi mi hanno portato da Fatima.
Il Papa l’ha incoronata e poi baciata con le parole TOTUS TUUS.
Allora gli ho detto: “Sotto
il suo pontificato dovrà realizzarsi la conversione della Russia”.
Per molto tempo il Santo Padre è rimasto in preghiera silenziosa
davanti alla statua. Poi mi ha chiesto: “Ma
come potrò metterlo in pratica?” Gli risposi: “Lei
è stato scelto dalla Provvidenza di Dio, per consacrare in unione
con tutti i vescovi la Russia al Cuore Immacolato di Maria. Da quest’atto
dipenderà la pace del mondo, perché la conversione della
Russia significherà una vittoria contro satana”. –
Poco tempo dopo il Santo Padre ha fatto portare la statua in Polonia e
costruire una cappella alla frontiera, dalla quale ancora oggi la Madonna
guarda in direzione della Russia.
Finalmente è arrivato il 25 marzo 1984. Giovanni Paolo II ha pregato
con molti vescovi presenti in Piazza S. Pietro la consacrazione del mondo
al Cuore Immacolato di Maria. Ne vediamo i frutti: Oggi ci sono dei missionari
che lavorano in Russia e portano il Vangelo nei paesi dell’Ex-Unione-Sovietica.
Se noi facciamo ciò che la Madonna ci chiede, possiamo vedere i
miracoli che Dio opera, come alle nozze di Cana.
Lo stesso giorno avevo la grande grazia di pregare di nascosto la stessa
consacrazione nel Cremlino a Mosca, e nascosto dietro un giornale sono
anche riuscito a celebrare la Santa Messa in unione con il Santo Padre.
Era questo un giorno particolare nella mia vita: Da trent’anni m’impegnavo
di entrare una volta in Russia, ma non è mai stato possibile. Il
25 marzo di quell’anno la provvidenza mi ha portato a Mosca.
Avevo visitato Madre Teresa a Calcutta, con la quale collaboravo già
da più di vent’anni. Per il mio rientro lei ha ottenuto per
me un visto per la Russia. Essendo un rifugiato dalla Slovacchia era per
me un rischio molto grande di visitare i paesi al di là della cortina
di ferro. Il mio compagno di viaggio mi disse ancora alla frontiera: “Vogliamo
davvero andare per quattro giorni a Mosca? Possibilmente saremo poi condannati
per quattordici anni in Siberia!” Ed è vero che aspettavamo
diverse ore alla frontiera, finché i nostri passaporti erano controllati.
Nel frattempo ho pregato tutto il salterio (i tre Rosari), e finalmente
abbiamo potuto passare la frontiera. Si può dire che allora il
Rosario era la chiave che mi ha aperto la porta per Mosca.
Mentre raccontavo poi le mie avventure di Mosca al Santo Padre, aveva
le lacrime agli occhi. “Ecco
il segno per me, Paolo. Molti cardinali, vescovi e teologi erano contro
questa consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria. Ma Dio
ha mandato un vescovo cattolico a Mosca, per pregare questa consacrazione
sul posto stesso. In quel giorno la Madonna ti ha condotto per mano”.
“No, Santo Padre”, gli risposi, “non
mi ha condotto, mi ha portato in braccio!”
Papa Giovanni Paolo II è il Papa di Fatima. Non ha soltanto consacrato
se stesso ed il mondo intero alla Madonna, ma ha messo al centro del suo
pontificato anche la preghiera riparatrice. Durante il primo colloquio
personale con Sr. Lucia le ho chiesto cosa fosse il centro del messaggio
di Fatima. Senza riflettere mi disse: “Padre Vescovo, la prima cosa
che la Madonna ci ha chiesto era: “Volete
offrire a Dio tutte le sofferenze che Egli desidera mandarvi in riparazione
dei peccati, … e domandare la conversione dei peccatori?”
Viviamo in un epoca mariana, in un tempo, nel quale la Madonna è
entrata nella storia dell’umanità come mai prima. Oggi s’indirizza
a noi, alle membra “sane” del Corpo Mistico, perché
noi crediamo, adoriamo, speriamo ed amiamo per quelli che non credono,
non adorano, non sperano e non amano.
Molti osservatori del Santo Padre, durante le sue sofferenze degli ultimi
anni – anche stretti collaboratori – si sono chiesti da dove
prendesse la forza di non rassegnarsi, anzi d’incoraggiare altri
e di fortificarli nelle loro sofferenze. Egli stesso ci ha dato la risposta:
“A Maria, Madre della Chiesa,
rinnovo il mio affidamento: Totus tuus! Ci aiuti Lei in ogni momento della
vita a compiere la santa volontà di Dio.” Dopo che
si è risvegliato dalla narcosi dopo la tracheotomia, ha scritto
su un foglio: “Ma che mi hanno
fatto? Comunque io sono sempre totus tuus.”
Ecco il mistero della sua vita. Come Papa ha dato l’esempio alla
Chiesa per ciò, di cui ha tanto bisogno oggi: la Madonna. Qui ad
Amsterdam la Signora di tutti i Popoli dice: “Una
Chiesa ed un popolo senza la Madre è come un corpo senza l’anima”
(31/05/1965).
D’altra parte era al centro dell’insegnamento di Giovanni
Paolo II la Misericordia di Dio in parole ed opere. Poco dopo la sua elezione,
un giornalista mi ha chiesto: “Che
cosa sarà il baricentro di questo Papa?” Gli ho risposto:
“La dignità dell’uomo e i diritti degli uomini”.
Dovunque andasse, ha portato la riconciliazione e la comprensione.
Il 17 agosto 2002 ha detto ai pellegrini al Santuario della Divina Provvidenza
a Krakau-Lagiewniki: “Siate
testimoni della Misericordia!” Poi disse le parole profetiche:
“Soltanto per mezzo la Misericordia
di Dio, il mondo troverà la pace e l’uomo la sua felicità”.
Lui stesso ha beatificato e poi canonizzato la grande messaggera della
Divina Misericordia, Sr. Faustina Kowalska ed ha introdotto per tutta
la Chiesa, la Festa della Misericordia, per la prima Domenica dopo Pasqua.
Non è un segno chiaro, che il Signore Dio lo ha chiamato da Se
proprio alla Vigilia di questa grande festa?
Nel suo ultimo discorso, preparato per la Festa della Divina Misericordia
di quest’anno, Giovanni Paolo II ci ha lasciato le parole seguenti
come la sua eredità: “All’umanità,
che talora sembra smarrita e dominata dal potere del male, dell’egoismo
e della paura, il Signore risorto offre in dono il suo amore che perdona,
… l’amore che converte i cuori e dona la pace. Quanto bisogno
ha il mondo … di accogliere la Divina Misericordia!”
Ecco la bandiera, che Giovanni Paolo II ci lascia in eredità. Da
un lato stanno scritte le parole totus tuus, eccomi appartengo tutto a
te o Maria. Dall’altra parte leggiamo: “Gesù, confido
in Te!” Si potrebbe anche esprimerlo con i Cuori di Gesù
e di Maria. Papa Benedetto XVI, un vero amico e confidente di Giovanni
Paolo II, è il primo che porterà questa bandiera. Vogliamo
aiutarlo con le nostre preghiere e con la nostra fedeltà. Sotto
questa bandiera otterremo la pace.
Ringraziamo Dio e cantiamo il Te Deum per questo grande dono del nuovo
successore. Il Signore ci ha mandato l’uomo giusto al posto ed al
tempo giusto. Amen.
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